domenica 9 ottobre 2011

La memoria corta fa dimenticare nomi e cognomi.

Non sono un economista, non mi occupo di macroeconomia. Ricordo ben poco degli studi di scienza delle finanze, dovrei sicuramente ripassarli.
Però sono ventisette anni che lavoro nel mondo delle imprese e ho a che fare, giornalmente in Spagna e in Italia per conto delle aziende per le quali lavoro, con le banche, la stretta creditizia e le garanzie che esigono, la crisi dei consumi, e i clienti che pagano sempre più tardi.
Ora, non credo che quello che è successo dal 2008 in poi sia qualcosa di così nuovo e oscuro. Anzi la dinamica della crisi, iniziata con il default delle banche americane esposte con i mutui "subprime", e poi continuata con il rischio di default greco, ha qualcosa di "deja vu".

Succede sempre così : prima crollano i valori gonfiati in qualche settore, la perdita di prezzo si estende rapidamente a tutto il mercato, le banche non hanno più liquidità o sono insolventi, la crisi bancaria si risolve in una stretta creditizia, le imprese devono ridurre il ciclo di acquisto-produzione-vendita a causa della minor disponibilità di finanziamento, diminuisce il PIL, aumenta la disoccupazione, si consuma meno, inizia la recessione e, nel peggiore dei casi, l'economia va in depressione. Aumenta il deficit della bilancia commerciale.
Gli stati vedono diminuire il gettito delle imposte e aumentare la spesa pubblica per sostenere il reddito delle masse disoccupate o con basse fonti di entrata. Questo porta a un aumento del debito pubblico e a ripagare con più interessi i titoli di credito (bond) emessi per finanziarlo.
Chi ha la possibilità di comprare questi titoli va a vedere se è realistico che gli possano venire pagati gli interessi alla scadenza, poi verifica anche se il debito aumenta o diminuisce in relazione alle previsioni sul futuro dell'economia.

Chi non è d'accordo con questo schema, alzi la mano.

Penso che sia dovuto a questo, il fatto che gli USA non sono considerati a rischio, pur avendo 27 $ di debito (stato federale, imprese e privati) per ogni dollaro emesso in circolazione. Hanno un unico centro di governo dell'economia; esportano alta tecnologia; la domanda interna, pur contratta, è stimolata dai piani fiscali e dagli incentivi alle imprese, in una prospettiva di compensazione delle entrate statali dovuto all'aumento del gettito per il rilancio dell'economia. E' una scommessa, ma è anche una politica economica (bisognerebbe dirlo a Oscar Giannino!)

In Europa che è successo invece?... già, in Europa.
Passati gli anni dello sforzo per la convergenza dell'Euro, ogni stato se ne è andato per i fatti suoi. L'Europa, alla fin fine, esiste solo come struttura tecno-burocratica, e non è più sentita come obiettivo storico, e di organizzazione istituzionale e di governo delle genti e comunità del continente.
Perché, dopo la moneta unica, bisognava avere anche un governo unico dell'economia, e una Banca Centrale Europea che sapesse gestire la politica monetaria non solo in funzione dell'inflazione (il riflesso weimariano dei tedeschi...), ma con un occhio all'economia reale.
Adesso che è arrivata a tradire lo statuto che le era stato assegnato, comprando titoli pubblici italiani e spagnoli sul mercato secondario, è quasi fuori tempo massimo.
Francia e Germania stanno gestendo (da soli) il rischio del default greco ritardando la verità sul fatto che esso non è evitabile. Come mia madre, bravissima economista familiare, avrebbe gestito la disoccupazione del marito e dei figli in famiglia. Solo che l'Europa non è una famiglia, è il mercato più grande e importante del mondo. Imporre agli altri stati sforbiciate senza chiedere investimenti e liberalizzazioni dei mercati, fa solo peggiorare le cose.

Ma, vivaddio, possibile che nessuno ricordi che da quando ci sono Sarkozy e Merkel si sono assestati colpi mortali:
1) alla politica di convergenza fiscale europea impostata dall'allora commissario Monti;
2) alle istituzioni comunitarie, privilegiando il metodo "intergovernativo" da loro scelto;
3) alla necessità di porre sotto controllo le attività dei derivati promossi dalle banche;
4) all'innalzamento delle riserve bancarie obbligatorie per stabilizzare gli istituti di credito (alla faccia di Basilea 2...);
5) all'azione politica internazionale dell'Europa (povera Catherine Ashton, surclassata sempre e dovunque dal trio Sarkozy, Merkel, Cameron... ).

Da almeno 6 anni l'Europa non ha più obiettivi alti, è stato bloccato il processo di unificazione.
E siccome l'Europa non ha un governo federale eletto, e dipende dalla volontà dei singoli paesi che lo compongono, penso che la responsabilità del fallimento europeo abbia un nome e un cognome. Anzi, diversi nomi e cognomi, quelli dei governanti dei paesi più forti di questi ultimi anni. Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Polonia, Ungheria.
Passate in rassegna questi nomi e cognomi. Poi guardate a che partiti e idee fanno riferimento. Poi verificate quale idea di Europa hanno i loro partiti.
Poi informatevi a dove siamo arrivati con la crisi. Poi fermatevi e pensate.

Non sarebbe meglio avere tanti (piccoli) Obama in ogni governo degli stati dell'Unione Europea?






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